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IL SE(G/N)ATORE MASCHERATO
19.01.2026 |
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"Infatti fu così: andò avanti a sbattermi il culo per tre quarti d’ora, nei quali io avevo preso a urlare come una cagna..."
Era estate e faceva anche parecchio caldo, ricordo. Ero fuori in terrazzo a stendere la biancheria, quando, accidentalmente, vedi una molletta si staccò e cadde di sotto. Io abitavo al terzo piano, a quel tempo, e sotto di me c’erano due appartamenti. Guardai giù per accertarmi che non fosse finita in testa a qualcuno o fosse caduta sopra una macchina, quando, buttando l’occhio sulla terrazza sottostante (alla mia sinistra), vidi il corpo di un uomo, nudo, sdraiato su una specie di sdraio, con il cazzo turgido stretto nel pungo, intento a segarsi. Non riuscivo a vederlo in faccia, dalla posizione in cui mi trovavo: l’unica cosa che potevo cogliere era la sua figura dall’ombelico in giù. Ignoravo chi fosse poiché ero andata da poco ad abitare in quella palazzina. L’uomo si menava l’uccello molto velocemente, e a giudicare dal raffronto con il palmo della sua mano, si poteva capire bene che fosse molto ben dotato. Si segava, a gambe aperte, e ogni tanto lo si sentiva grugnire o emettere strani suoni, tipo “aghtt, grhugth”, cose così. Insomma, stava godendo, e parecchio. I me ne stetti lì, eccitata, ad osservarlo. Lui era ignaro di tutto, anche se non aveva scelto esattamente il posto migliore per farsi una sega. Ricordo la velocità con cui si menava il cazzo. Ci dava dentro e, nonostante quella mano andasse su e giù rapidamente, tardava a venire. Rimasi lì a guardarlo mezz’ora, finché non se ne venne. Sborrò in quattro singole gettate, che gli finirono sulla pancia, scendendogli lungo le palle. Poi lo vidi alzarsi e sparire. Poco dopo ritornò con un rotolo di carta igienica e pulì per terra. Io tornai in casa. Ero così eccitata che corsi a prendere il mio dildo. Lo presi, gli diedi una ripulita, e, cominciando a infilarmelo, mi immaginai che fosse il suo cazzo. La cosa mi fece sbrodolare fuori misura. Un quarto d’ora dopo torno fuori in terrazzo, nella speranza di rivedere lo sborratore misterioso, e infatti lo rividi lì, nella stessa posizione di prima, ancora con il cazzo duro e grosso in pungo, in sega. Di nuovo?, pensai. Non ha già sborrato abbastanza? Mi sporsi un po’ di più per osservarlo meglio. Riprese a segarsi con vigore. Assistetti a tutta la sega, con i soliti grugniti e ansimi. Questa volta la sega si prolungò ben oltre la mezz’ora, forse quarantacinque minuti. Io intanto avevo sempre il mio dildo a portata di mano e me lo ero infilato di nuovo. Quando sborrò ‒ questa volta un po’ meno, anche se tre fiotti uscirono da quella cappella ‒ io venni di culo. Lui, come prima, si alzò e scomparve. Questa volta, però, non tornò più fuori a ripulire. Lo attesi dieci minuti, ma non lo rividi più. Così tornai in casa e, mentre ero in bagno a sciacquare il dildo sotto il rubinetto, fui presa dal desiderio di rivederlo di nuovo, ben sapendo che forse sarebbe stato impossibile. Così tornai in terrazzo, e guardai giù. Non potevo credere ai miei occhi. Era passata poco più di mezz’ora, e lui era di nuovo lì, nudo, con l’uccello duro in mano. Ma che era, uno stallone? Come era possibile una cosa simile? Non era mai sazio? Allora era il mio maschio ideale? Pensai. Mi rimisi a osservare la sua sega, che questa volta durò quasi un’ora. Sborrò più o meno come la seconda volta e poi lo vidi pulirsi il cazzo e le palle con dello scottex. Questa volta però non tornò dentro subito: rimase lì, a gambe aperte, mentre il cazzo, lentamente, perdeva vigore. Ma molto lentamente. Praticamente sembrava non ammosciarsi mai. A quel punto sentii una voce femminile. Vidi lui alzarsi in piedi di scatto e sparire dentro. La sua donna? Era arrivata? Un amante? Chi poteva essere? Ero curiosa, sì, e fottutamente eccitata, a quel punto. Volevo quel cazzo dentro di me dappertutto. E soprattutto volevo la sua sborra. Ma come fare per capire chi era? E come approcciarlo? E se non gli fossi piaciuta? Se non gli fossero interessate le trav? Tutto era possibile, d’altronde. Ma la mia indagine partiva da quel momento. Tornai in terrazzo altre due volte, ma non lo vidi più. Il giorno dopo incontrai la signora del secondo piano sulle scale e, dopo averla salutata, le chiesi lumi su questo nuovo vicino di casa. Lei mi disse che lo aveva visto due volte, ma a suo avviso non viveva lì abitualmente. Forse è un appartamento che usa solo per scopare, pensai fa me e me. A questo punto si sarebbe spiegata anche la voce di donna che avevo sentito. Probabilmente si portava a casa delle amanti e le scopava in quell’appartamento. Erano, ovviamente, tutte delle ipotesi, e la signora del secondo piano certo non poteva essermi di aiuto nelle mie indagini.
Quando tornai nel mio appartamento, la prima cosa che feci fu uscire in terrazzo. Guardai giù, verso il piano sottostate. Era lì, sempre nella stessa posa, a segarsi. Mi godetti la sega eccitata come non mai, finché, dopo una buona mezz’ora, il suo cazzone non eruttò quattro schizzi di sborra. Sì, li contai. Poi, come al solito, sparì. Tornai in casa e cercai il mio dildo, quello nero, ne avevo bisogno… Ma, quando lo ebbi in mano, pensai: perché soddisfarmi con questo, quando c’è un bel cazzo qua sotto a disposizione? Dovevo assolutamente entrare in contatto con lo sborratore misterioso.
Cercai un foglio e una penna e mi sedetti. Dovevo scrivergli, lasciargli un biglietto. D’accordo, era rischioso, e inoltre potevo andare in contro a una figuraccia. Ma ormai ero fuori di me, non facevo altro che pensare al suo cazzo e le sue infinite sborrate in terrazzo.
Scrissi: CIAO, NON TI CONOSCO MA TI OSSERVO TUTTI I GIORNI DAL TERRAZZO. ABITO ALL’INTERNO 8. SE TI VA DI VENIRE A TROVARMI, SUONAMI. P.S. AH, MI CHIAMO PRISCILLA E SONO TRAV.
Piegai in due il foglio e uscii di casa. Le mani mi tremavano, mentre scendevo le scale. Una volta arrivata di fronte alla sua porta, mi guardi un attimo intorno per accertarmi che nessuno mi vedesse, mi accucciai e feci scivolare il foglio sotto la sua porta. Poi risalii velocemente le scale e tornai nel mio appartamento, ad attendere.
Nei due giorni successivi non lo rividi più in terrazzo. Il mio messaggio gli era sembrato inopportuno? Forse non si era mai reso conto che qualcuno potesse vederlo mentre si segava? Erano tutte domande, ovviamente, plausibili, ma ahimè senza risposta.
Il terzo giorno, rientrando in casa, notai che a terra c’è un foglietto. Il cuore mi salì in gola. Lo raccolsi e lo lessi.
C’era scritto: CIAO, NON CREDO DI AVERTI MAI VISTA, SINCERAMENTE. PERO’ LA COSA MI INCURIOSISCE. MI HAI VISTO MENTRE MI SEGAVO IN TERRAZZO? BE’, NON NASCONDO DI ESSERE UN PO’ ESIBIZIONISTA. IN OGNI MODO È POSSIBILE CHE UNO DI QUESTI GIORNI PASSI A FARTI VISITA.
Appoggiai il foglio sul tavolo e mi sedetti. Stava succedendo davvero, lo sborratore misterioso sarebbe venuto da me.
Per altri due giorni non successe nulla. Continuavo a controllare in terrazzo se ci fosse, ma non lo vidi più. Stavo tutto il giorno en femme, in casa, indossando intimo provocante e vestitini mozzafiato. Mi truccavo e mi davo lo smalto alle unghie. Ma di lui, nessuna notizia.
Stavo per perdere le speranze quando, una mattina, mentre facevo colazione, sentii suonare alla porta.
Dio mio, pensai subito, questo è lui. Sicuro.
Con le gambe un po’ tremolanti, infilai i tacchi, mi sistemai il vestito e andai ad aprire.
Mi trovai di fronte un uomo alto e robusto, con indosso una maschera che gli lasciava scoperto solo parte del naso e la bocca.
“Ciao Priscilla, eccomi qua. Perdonami la maschera, ma se non ti dispiace preferisco restare in incognito?”.
La cosa mi intrigava e, insieme, inquietava anche, ma ero troppo eccitata per mettermi a discutere.
“Entra pure”, gli dissi, “che fai sulla porta”.
L’uomo, il cui nome mi rimaneva sconosciuto, entrò e cominciò a guardarsi intorno.
“Bell’appartamentino. Curato”, disse.
“Grazie”, feci io. “Posso sapere come ti chiami?”.
“Diciamo che mi chiamo Emilio, okay?”.
“Okay, anche se non penso sia il tuo vero nome”.
“Che differenza fa. Per te sono Emilio. Del resto nemmeno tu ti chiami veramente Priscilla, no?”.
Su questo non potevo certo obiettare.
“In effetti…”, dissi.
“Dunque”, continuò lui titubante. “Mi spiavi”.
“Non… Non è”, mi interruppi, “proprio così. Guardavo giù e ti vedevo mentre…”.
“Era una cosa che immaginavo, sai. Non ti preoccupare”.
“Lo facevi di proposito?”, buttai là.
“Hummm. Sì e no, diciamo”, fece sorridendo.
“Allora sei proprio un bel maiale”, dissi io, guardando i suoi occhi dietro la maschera.
“E a te interessa sapere quanto. O sbaglio”.
“Non sbagli”, dissi io.
“Bene”, fece lui prendendomi una mano e facendomi fare un giro. “Vediamo un po’”, aggiunse, tirandomi su la gonna, “proprio un bel culetto”, disse, schiaffeggiandolo due volte.
“Hummmm”, miagolai io.
“Ti piace farti schiaffeggiare il culo, vero, troia!”, disse, colpendolo a mano aperta altre due volte, con più intensità di prima.
“Sì”, feci.
“E a me piacciono i culi che diventano rossi a furia di colpirli”, disse lui, schiaffeggiandomelo di nuovo.
Poi mi fece di nuovo fare la piroetta e si avvicinò naso contro naso.
“Togliti questo vestito, mignotta”, disse, perentorio.
Lo lasciai cadere a terra quasi all’istante restando in perizoma, corpetto, calze autoreggenti e scarpe bianche con tacco 10.
A quel punto mi prese in braccio dirigendosi verso la camera e mi lasciò cadere nel letto. Poi si liberò dei pantaloni e della maglietta, restando solo in boxer. La protuberanza all’interno era qualcosa di incredibile: il cazzo spingeva con forza all’infuori i boxer, facendo un effetto tenda meraviglioso.
Mi girò e mi mise nella posizione del missionario, con la testa in basso e il culo all’insù. Subito dopo sfilò la cintura dai suoi pantaloni. Sapevo già cosa stava per succedere, e cominciai a sbrodolare all’istante.
Mi diede una cinghiata sulla chiappa sinistra, seguita da due su quella destra.
Gridai a ogni scudisciata.
Ne partirono altre due. La cintura di pelle faceva l’effetto elastico. Sentivo le natiche bollire.
“Troia!”, disse, tirandomene un’altra.
Ansimai soltanto.
“Ti piace farti prendere a cinghiate nel culo, eh?”.
“Siii”, miagolai.
Poi mi chiese di portare le mani dietro le cosce. Lo feci. Dopo di che lui mi legò i polsi con la cintura, bloccandomi di fatto in quella posizione.
Quindi si liberò dei boxer.
Si mise davanti a me. Io alzai lo sguardo.
“Così adesso lo vedi da vicino”, mi disse, sbattendomelo in faccia.
Aveva un grosso cazzo venoso. Dal terrazzo non sembrava così massiccio. Ma la cosa sorprendente erano le palle: grosse quanto due mandarini.
“È bello”, dissi solo.
“Ed è sempre duro”, fece lui. “Come avrai visto sono costretto a segarmi otto volte al giorno”.
“Mmmm”, pigolai, facendo la faccia di chi è incuriosita.
“Sai, ci si stufa a farsi sempre seghe. Così mi trovo spesso un buco. Però in poche resistono, non so se mi spiego”.
“Sei un instancabile porco”, feci io, sibillina.
“Hai detto bene, e te ne darò prova”.
Mi schiaffeggiò la faccia con la sua asta, poi fece il giro del letto, ci salì sopra e disse:
“Poggia la testa al letto, vacca”.
Feci come mi ordinò.
Lui, quasi in piedi, con le ginocchia leggermente piegate, prima sputò e poi, dopo aver scostato il perizoma, appoggiò la sua capella al mio buchino.
Subito dopo cominciò a infilarmelo.
Grugnii di piacere.
Da lì iniziò la danza, con lui che mi stantuffava velocemente. Così forte che la testa mi si piegava sul materasso. Sbavavo dalla bocca e mugolavo.
“Voglio sentirti gridare, troia!”, disse.
Ma dalla bocca non mi uscivano che flebili suoni.
Andò avanti a lavorarmi il culo per quindici minuti. Senza sosta. Io stavo già venendo di culo. Avevo le mutandine completamente inzuppate. Il lenzuolo del letto era tutto bagnato della mia saliva e lui continuava a sbattermelo dentro senza pietà.
Dopo una mezz’ora, quando ero ormai talmente in estasi che il fiato mi si era fatto corto e ero venuta di culo già un paio di volte, il porco mascherato si fermò, sfilò il cazzo dal mio buco, e cominciò a segarsi. Quando era quasi pronto, mi voltò come fossi un barile – incaprettata come ero – si mise in piedi, a gambe aperte sopra di me, e mi disse:
“Apri bene la bocca, puttana”.
La spalancai.
Passati alcuni minuti in sega, se ne venne, con cinque fiotti di sborra, centrandomi la bocca. L’ultima colata di sborra la sgrullò e mi finì sulla fronte.
Trattenni tutta sborra in bocca perché non riuscivo a deglutirla in quella posizione.
Lui mi tirò su, mettendomi a sedere sul letto. La buttai giù, tutta.
“Com’era, eh, buona?”.
“Ne voglio ancora”, dissi, spudorata.
“Non ti preoccupare. Ne avrai fino a saziarti, oggi”, disse lui.
Subito dopo mi rimise nella posizione del missionario e lo vidi uscire dalla stanza.
Ritornò dopo dieci minuti, lasciandomi in quella posizione scomoda. In realtà volevo rotolare da un lato, ma pensavo di peggiorare le cose. Così rimasi nella posizione che gradiva.
“Sono andato a fumarmi una sigaretta. Tu fumi?”.
“No”, gli dissi. “Mai fumato”.
Era di fronte a me, ancora con il cazzo duro come una spranga di acciaio.
“Eh sì”, fece lui notando che gli stavo guardando il cazzo, “è ancora duro. Quindi sai cosa significa”.
“Lo voglio tutto”, dissi, “ancora e ancora”.
“Mignotta”, fece lui. “Apri la bocca bene”.
La aprii.
Lui ci infilò il cazzo e lo tenne dentro una trentina di secondi, spingendomelo dentro fino allo tonsille.
Stavo per soffocare, quando lo levò.
Sputai. Sbavavo.
“Quanta saliva. Di nuovo, dai, apri”.
Aprii la bocca di nuovo.
Questa volta me lo sbatté dentro velocemente e cominciò a scoparmi la bocca.
Andò avanti e indietro due minuti, dopo di che io ebbi due conati di vomito.
“Non fare la cattiva, adesso”, mi disse lui. “Il bello deve ancora venire, troia”.
Io continuavo a sbrodolare. Penso avrei potuto strizzare le mutandine.
Lui riprese a scoparmi la bocca un’altra volta, mentre con una mano mi sculacciava con forza.
“Avanti, troia, tutto in bocca, fino in fondo, fino alle palle”, diceva.
Andammo avanti così dieci minuti. Gli chiesi di andare a prendere un asciugamano, perché avevo inzuppato di saliva tutto il letto.
Fece il gesto gentile di andare a prenderne uno in bagno. Lo stendemmo sul letto.
“Grazie”, dissi.
“Di niente. Figurati”, fece lui.
A quel punto allentò la cinghia che avevo stretta ai polsi e la buttò su una sedia.
“Andiamo di là, su tavolo in cucina”, mi disse. “Qui mi annoio”.
Lo seguii in cucina. Sul tavolo c’erano ancora la tazza da caffelatte e dei biscotti. Li spostati sul ripiano del lavello.
Poi lui mi disse di stendermi sulla tavola a pancia in su e di aprire bene le gambe.
Notò subito le mie mutandine inzaccherate.
“Sei venuta, eh, vacca!”, disse.
“Un paio di volte, si, credo”.
“Mi tieni testa, allora. Non demordi”.
“Non esiste”, feci, ridendo.
“Mi piaci. Mi piacciono le puttanelle come te, sai? Io poi i trav li adoro. Sono instancabili, come me”.
“Se vuoi le levo e le cambio”, gli dissi.
“Per fare che”, disse dando una strattonata al perizoma, e strappandolo, “lo leviamo e basta”.
Quell’azione, mi fece sbrodolare di nuovo.
Con il suo cazzone schiaffeggiò il mio microscopico clito.
“Davvero carino. Adesso lo faremo sparire del tutto”, disse infilandomi il cazzo nel culo.
Ansimai.
Mentre mi fotteva il culo, con prepotenza, il tavolo si spostava sempre di più in direzione del lavello. Lui lo spinse fino a farlo appoggiare, e cominciò a darci dentro di nuovo per una quindicina di minuti nei quali venni di culo almeno un’altra volta. Mentre mi pompava guardandomi in faccia, pensavo alle sue seghe in terrazzo, e sapevo quanto era durato la seconda volta. Infatti fu così: andò avanti a sbattermi il culo per tre quarti d’ora, nei quali io avevo preso a urlare come una cagna.
“Ti rompo il culo, brutta zoccola”, diceva lui.
Quando stava per venire tolse il cazzo e mi sborrò su clito e pancia. Una sborrata davvero copiosa e densa. Poi la raccolse con un mano intorno al mio clito e mi disse di leccarla. Gli leccai le dita piene di sborra fino a ripulirla tutta.
“Brava, cagna”, disse.
Il suo cazzo, intanto, era sempre turgido. Era sceso solo leggermente di intensità e spessore, ma restava abbastanza duro per fottere chiunque volesse.
“Ma questa cosa è normale?”, gli chiesi.
“No”, mi fece lui. “Ne soffriva anche Gabriele d’Annunzio: si chiama priapite acuta. In sostanza il cazzo mi diventa molle solo dopo un tot di sborrate”, mi disse.
Poi andò nell’altra stanza e tornò con un’altra sigaretta.
Io mi tirai su dal tavolo e mi bevvi qualcosa.
Quando tornò e mi vide bere mi disse:
“Hai ancora sete?”.
“Sì, dissi”.
“Bene. Per caso hai un imbuto?”, fece.
“Penso di sì, perché?”, gli chiesi.
“Tu cercalo”.
Frugai nei cassetti della cucina.
“Eccolo”.
“Vieni, dai, andiamo in bagno”.
Lo seguii come una docile cagnetta.
“Le troie come te”, mi disse, una volta giunti in bagno, “vanno usate come water”.
“E come fai a sapere che mi piace?”, domandai.
“Perché te lo si legge in faccia che vuoi essere umiliata e sottomessa a qualsiasi desiderio del tuo padrone”.
“Così adesso tu sei il mio padrone?”, chiesi, sorniona.
“Esattamente, cagna. E ora siediti sul water”.
Mi sedetti.
“Ora mettiti l’imbuto in bocca e tieni ben serrate le labbra”, ordinò.
Seguii le istruzioni.
Subito dopo lui portò il cazzo duro all’estremità dell’imbuto e cominciò a pisciarci dentro.
“Ahhhh”, fece, “bevila tutta, vacca”.
Mentre lui si svuotava la vescica, io ingollavo tutta la piscia calda. L’imbuto era quasi colmo. Faticavo a buttarla giù, perché scendeva velocemente. Quando lui se ne accorse, alzò un po’ il cazzo e proiettò il fiotto di pipì sulla mia faccia.
“Mandala giù, veloce, troia”, disse, mentre mi pisciava in faccia.
Buttati giù l’intero contenuto dell’imbuto. Poi lui me lo levò.
“Molto brava. Sei il mio water preferito”.
Con la faccia che mi sgocciolava di piscia, dissi:
“Grazie, padrone”.
Poi mi disse che se volevo potevo farmi una doccia.
Non vedevo l’ora.
Mi spogliai davanti a lui e entrai in doccia.
Lui ricominciò a segarsi mentre mi guardava.
Quando finii mi passò l’accappatoio e mi disse:
“Inginocchiati e succhiami i coglioni mentre mi sego”.
Presi in bocca quei due mandarini pelosi, e cominciai a ciucciarli.
“Ahhhgt”, fece lui, “ciucciali, sì, troia”.
Li ciucciai, leccai, risucchiai per mezz’ora. Poi mi infilò il cazzo in bocca e sborrò di nuovo.
Bevvi tutto e tornammo in cucina.
“Che dire”, fece, mentre il cazzo sembrava abbassarglisi per la prima volta. “Penso tu abbia passato la prova. Molte si stancano dopo la seconda. Soprattutto le donne. Mentre tu sembri resistere”.
“La verità è che non ne ho mai abbastanza neanche io. Non so come si chiami il mio problema. Ma avrà un nome, penso”.
“Certo che ce l’ha”, disse lui. “Si chiama ‘essere una fottuta troia ninfomane’”.
Risi di gusto.
Rimanemmo due minuti a chiacchierare. Io poi andai a recuperare un vestitino e una mutandina brasiliana. Me li misi. Tornai da lui.
“Qualsiasi cosa ti metti”, mi disse, “faresti tirare il cazzo a chiunque. Anche a un vecchio di novant’anni, penso”, mi disse lui.
La cosa mi lusingò.
“Mi sono fatta scopare da vecchi. Anche non proprio novantenni”, dissi, ridendo.
Dietro la sua maschera, rise anche lui.
“Ma di un po’”, gli feci, “adesso che ci conosciamo un po’ meglio, non è che potresti levarti la maschera? Sarai sudato, sotto”.
“No, mi dispiace, Priscilla. Proprio non posso e non posso spiegarti perché. Mi dispiace”.
Nel frattempo ci eravamo accomodati in divano. Lui si era rimesso la maglietta e i boxer.
“Fai come credi, a me non cambia molto”, dissi, guardando la sua protuberanza.
“Già”, ribatté lui, “tu sei interessata solo a quello”, rispose, ridendo.
“È più forte di me. Hai un bel cazzo e sempre duro. Che vuoi farci”, gli dissi, infilando la mano nei boxer e iniziando a segarglielo.
“Il fatto è che io ho sempre voglia. Ma non è agevole avere sempre voglia, capisci?”, mi fece capire lui.
“Immagino”, dissi, “liberando il cazzo dai boxer e segandoglielo vigorosamente. “Per me sarebbe come uno schiaccia pensieri”, gli dissi, a quel punto, sorridendogli.
Si fece una grassa risata.
“Dici sul serio? Questa cosa non me l’aveva mai detta nessuna. Sei unica, veramente”.
“Sì, siamo qui, sul divano, e mentre ci guardiamo un film io ti sego. È meraviglioso”.
“E la cosa non finisce mai”, disse lui, guardandomi intensamente.
Poi mi abbassai e affondai la mia bocca sulla sua asta.
Glielo ciucciai venti minuti, finché non mi sborrò in bocca per la quinta volta.
“Ne hai bevuta parecchia”, mi disse. “Tra piscia e sborra per oggi sei a posto”.
“Ha un sapore buonissimo. Non mi stancherei mai di berla, la tua”, feci.
Lì lui si bloccò. Cambiò improvvisamente espressione.
“Voglio essere chiaro con te, Priscilla, perché non vorrei tu ti innamorassi o cose del genere. Per me è una cosa mordi e fuggi e basta, intesi?”.
Lì per lì presi male queste sue parole. Mi intristii. Lui se ne accorse.
“Non essere triste. Cerco di essere onesto, con te”.
“Certo, certo”, gli dissi. “Be’, si è fatta quasi sera. Adesso se vuoi puoi anche andare”.
Emilio controllò l’orologio.
“Cazzo, è tardissimo”, fece.
Poi recuperò i suoi pantaloni e le scarpe.
“Allora vado”, disse, dopo essersi rivestito.
“Temo non ci sarà la prossima, vero?”, gli chiesi.
“Non lo so, io ho un lavoro che… Ma lasciamo perdere. Oggi sono qui, domani sono là. Capsici…”.
“Certo che capisco. Non fa niente”.
“Comunque sei meravigliosa”.
“Il problema”, dissi, “è che me lo dicono tutti quelli che non rivedrò mai più”.
Lui fece una smorfia, aprì la porta, e se ne andò.
Un anno dopo, circa, alla tivù, in un programma televisivo, fecero un primo piano di ospite. Ebbi un sussulto. Conoscevo quello sguardo e anche quella bocca e ogni dubbio mi fu tolto quando, chiamato in causa, cominciò a parlare: era la sua voce. Del resto, puoi coprirti il volto, ma non nascondere completamente chi sei.
Mentre lo ascoltavo parlare, mi venne da ridere pensando a quale stratagemma avesse adottato per nascondere l’erezione, o se non si fosse segato cinque volte prima di apparire in quello studio.
Risi da sola, come una scema, per alcuni minuti, e poi cambiai canale. La mia vita era talmente divertente, pensai, che bisognerebbe farci un film.
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